La crisi del Coronavirus paralizza il sistema sanitario italiano

Marc Wells
23 marzo 2020

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato in inglese il 20 marzo 2020

Il Coronavirus sta devastando l’Italia. Solo giovedì, 427 persone sono morte, dopo un bilancio di 475 morti mercoledì, mentre le nuove infezioni hanno superato quota 9.500 in soli due giorni. Il sistema sanitario italiano è sull’orlo del collasso, soprattutto nella zona più colpita: la Lombardia, il cuore industriale dell’Italia.

Con 41.035 casi e 3.405 decessi (numeri di giovedì sera), l’Italia ha il maggior numero di morti per coronavirus al mondo ed è seconda, dopo la Cina, per numero di infezioni. Rispetto alla popolazione, il numero di infettati del Paese mediterraneo è il più grave al mondo, con 679,84 per milione di malati, contro i 56,84 della Cina e i 165,63 della Corea del Sud. Allo stesso modo, finora sono morti 56,41 italiani per milione, contro i 2,27 della Cina e i 1,76 della Corea del Sud.

Nella città lombarda di Bergamo, gli obitori locali non sono in grado di far fronte a un numero crescente di morti. Le immagini di convogli militari che trasportano decine di bare verso crematori limitrofi hanno fatto venire i brividi in tutto il mondo. Bergamo è la città più colpita d’Italia: finora sono stati confermati 4.305 casi e 93 morti.

Un fattore fondamentale nella capacità di affrontare tempestivamente il contagio è la capacità di eseguire tamponi. In Italia, tuttavia, questo è stato limitato ai pazienti che hanno mostrato sintomi completi, anche se la situazione sta cambiando nella pratica quotidiana di alcuni ospedali, che sottopongono a test tutti i pazienti in arrivo al pronto soccorso. All’8 marzo, l’Italia ha testato 826 individui per milione, contro i 3.692 della Corea del Sud e i 2.820 della Cina. La diagnosi precoce aumenta le possibilità di sopravvivenza, rendendo i tamponi critici.

Le regioni più colpite nel nord del Paese sono state messe in ginocchio: il sistema sanitario è sopraffatto, e le scelte di vita e di morte sono fatte a fronte di risorse insufficienti, soprattutto per i pazienti critici che necessitano di un trattamento in terapia intensiva.

A pagare il prezzo più alto sono gli anziani, già lo strato socialmente più vulnerabile e il più probabile a morire. Oltre all’accresciuta debolezza nella lotta al virus, gli anziani sopra gli 80 anni sono ormai abitualmente esclusi dall’assistenza sanitaria a favore dei pazienti più giovani. A Torino, un team di gestione delle crisi ha proposto un protocollo secondo cui, a causa della mancanza di letti ospedalieri, a tutti i pazienti di età superiore agli 80 anni o in cattive condizioni di salute può essere negato l’accesso in terapia intensiva.

Un medico ha spiegato: «Chi vive e chi muore sarà deciso dall’età e dalle condizioni di salute del paziente. È come in guerra».

Ciò si estenderà probabilmente a tutta l’Italia, soprattutto in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dove la carenza di respiratori sta causando un’impennata di decessi. La misura non si limita alla terapia intensiva: «I criteri stabiliscono delle linee guida se la situazione diventa di natura così eccezionale qualora le scelte terapeutiche sul singolo caso dipendessero dalla disponibilità di risorse, costringendo [gli ospedali] a concentrarsi sui casi in cui il rapporto costi/benefici è più favorevole al trattamento clinico».

La situazione è talmente disperata che il governo Conte ha decretato lo schieramento di 10.000 laureati in medicina che non hanno ancora passato gli esami di abilitazione. Dovranno affrontare la carenza di tutti i dispositivi di protezione di base, tra cui maschere, guanti e tute protettive.

Si stanno compiendo tentativi disperati e in gran parte scoordinati per aumentare la produzione di attrezzature mediche vitali. Uno stabilimento vicino a Bologna sta dispiegando 25 tecnici dell’esercito che si sottopongono a 3-4 giorni di addestramento e lavorano fino a 15 ore a turni, con l’obiettivo di aumentare la produzione da 40 a 125 respiratori alla settimana. Un altro stabilimento vicino a Modena sta lavorando senza sosta per produrre respiratori non invasivi per i casi che non richiedono cure intensive.

Il Dipartimento della Protezione Civile del governo Conte ha lanciato un appalto alle aziende per la fornitura di 1.800 respiratori, numero comunque insufficiente per curare i malati.

L’Italia ha stanziato solo 3,5 miliardi di euro per affrontare la pandemia, nonostante le sue proporzioni gigantesche, mentre la Banca Centrale Europea elargisce oltre 750 miliardi di euro per i salvataggi bancari.

Il sistema sanitario nazionale italiano è esposto nella sua inadeguatezza, dopo decenni di tagli che hanno tagliato il personale medico e infermieristico, i letti e i macchinari, lasciando l’Italia totalmente impreparata a una pandemia. Nel 1998 erano disponibili 311.000 posti letto ospedalieri, pari a 5,8 posti letto per mille persone. Nel 2017, secondo Eurostat, il numero era sceso a 191.000, pari a 3,2 posti letto per mille persone.

Uno studio della Fondazione Gimbe del settembre 2019 ha rilevato che dal 2010 al 2019 «sono stati sottratti 37 miliardi di euro all’assistenza sanitaria pubblica». Queste cifre sono state confermate questo mese da Walter Ricciardi, medico e membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), in un dibattito televisivo con Luigi Marattin. Deputato di Italia Viva, il partito fondato dall’ex primo ministro Matteo Renzi da una scissione con il Partito Democratico, Marattin ha criticato i dati e ha difeso decenni di negligenza criminale da parte di tutta l’élite al potere.

Secondo diversi esperti, la situazione reale è molto peggiore di quanto rivelino i numeri, a causa della mancanza di capacità di eseguire tamponi.

L’esperto dell’OMS, il dottor Ricciardi, ha detto: «La nostra capacità diagnostica è tale che non possiamo nemmeno eseguirla sui sintomi», aggiungendo che per i test sono necessari tecnici specializzati e competenti. Ha anche messo in guardia sull’affidabilità dei test, dicendo: «In Germania, il 70 per cento dei casi è risultato essere un falso positivo».

La classe dirigente non è disposta a investire in una strategia di test e nella formazione di personale qualificato, anche se pompa centinaia di miliardi di euro nelle tasche dell’élite finanziaria, indifferente al più alto dei costi: la vita umana.

L’immunologo Sergio Romagnani, professore emerito dell’Università di Firenze, ha parlato di un’alta percentuale di contagi asintomatici (60 percento) sotto i 50 anni. Uno studio di uno dei suoi allievi, il professor Andrea Crisanti, ha evidenziato che, tra i contagiati, almeno il 70 percento non presenta sintomi, ma continua a trasmettere la malattia. Questo suggerisce che la malattia è molto più diffusa dei numeri forniti.

Romagnani ha sottolineato che l’uso delle maschere deve essere attuato per prevenire la diffusione, soprattutto da parte di chi non sa di essere portatore. Ha inoltre sollecitato un immediato e massiccio aumento del numero di test eseguiti, soprattutto tra i ventenni e i cinquantenni. I test in Corea del Sud, che includevano individui ad alto rischio tra i 20 e i 50 anni, si sono dimostrati molto più efficienti che in Italia.

“La quarantena - ha aggiunto Romagnani - non può durare troppo a lungo: il Paese rischia il collasso economico. Tuttavia, in seguito non ci saranno alternative ai test di massa. Abbiamo circa 20 giorni per organizzarci e iniziare, selezionando i target più importanti di cui ho parlato prima. Magari partendo dal personale sanitario: medici e infermieri».

Nell’ultima settimana, i lavoratori in Italia e a livello internazionale hanno lanciato decine di scioperi contro la mancanza di misure di sicurezza di base. Le norme di sicurezza proposte dal governo italiano sono del tutto inadeguate. I requisiti per i datori di lavoro di fornire maschere, guanti, occhiali, tute, cuffie e camici nelle fabbriche non sono vincolanti: la loro attuazione dipende dalla disponibilità «commerciale». Tuttavia, questi beni non sono commercialmente disponibili. Anche il personale medico e paramedico del sistema sanitario pubblico, il più esposto al contagio, spesso manca di queste attrezzature.

Una tempesta di rabbia si sta scatenando tra la popolazione contro lo Stato e le multinazionali, che non fanno nulla per garantire procedure adeguate al fine di contenere la pandemia o garantire condizioni di lavoro sicure. C’è un enorme risentimento nei confronti dell’Unione Europea per il suo brusco rifiuto di assistere l’Italia con le attrezzature più elementari, mentre la Cina, nonostante i suoi propri contagi e decessi, sta spedendo maschere e respiratori.

La classe dirigente invece attribuisce la colpa di tutto questo a comportamenti sociali «indisciplinati» di individui che violano le direttive di confinamento.

L’esercito è stato mobilitato, inizialmente in Sicilia con il pretesto di mantenere «Strade Sicure», come è stata coniata l’operazione. In realtà, questo è un chiaro segno che la classe dirigente si sta preparando ad un confronto di classe con i lavoratori che protestano contro un sistema che sta crollando.