Un ritratto eterno della lotta anti-colonialista in Algeria

La Battaglia di Algeri, regia di Gillo Pontecorvo

28 July 2004

Una versione integrale riedita de La Battaglia di Algeri (1965) è attualmente in proiezione in vari cinema del Nord America e sarà distribuita internazionalmente, oltre che su DVD, verso la fine dell’anno. Con la regia di Gillo Pontecorvo tratto da una sceneggiatura di Pontecorvo e Franco Solinas, il film in bianco e nero che ha già vinto vari premi è un lavoro estremamente innovativo e probabilmente uno dei film piú potenti mai realizzati sull’occupazione colonialista e sulla resistenza a tale occupazione.

Il film di Pontecorvo drammatizza in 116 minuti una delle lotte anti-imperialiste piú sanguinose del XX secolo—la ribellione nel periodo dal 1954 al ’62 contro il dominio coloniale in Algeria, una delle colonie francesi piú vecchie e piú grandi.

Durante il conflitto durato 8 anni le forze armate francesi e le loro milizie alleate uccisero un milione di algerini. A Parigi, il governo socialista di Guy Mollet, il cui ministro dell’interno era François Mitterrand, emanò l’Atto di Poteri Speciali che dava alle forze armate carta bianca in Algeria. Assassini, torture e violenze carnali erano all’ordine del giorno. Un generale francese piú tardi dichiarò con vanto: “Ci venne data libertà di fare ció che consideravamo necessario.”

Decine di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti vennero torturati e solo ad Algeri piú di tremila persone arrestate dalle forze francesi “scomparirono”. I programmi di “pacificazione” francese espulsero due milioni di algerini dalle proprie case, molti dei quali confinati in campi di concentramento circondati da filo spinato, e videro la distruzione di piú di ottomila villaggi.

Quasi due milioni di soldati francesi furono impiegati nel conflitto, inclusi il regnante presidente francese Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, leader del partito razzista “Fronte Nazionale”. Le Pen è stato accusato di essere stato attivamente coinvolto nella tortura di prigionieri nella famigerata Villa Sesini ad Algeri nel 1957.

Mentre il film di Pontecorvo si concentra solo su un aspetto della guerra—la Battaglia di Algeri del 1954-57—è nel suo complesso un lavoro rimarchevole. Dopo quasi 40 anni dall’edizione iniziale continua ad avere una risonanza notevole poiché dimostra il modus operandi dell’oppressione colonialista contemporanea e rivela le cause ed origini di un movimento d’insurrezione nazionalista. Infatti, gli assedi dell’intera città, le retate di massa e le torture mostrate nel film prefigurano gli attacchi militari d’Israele sui palestinesi e i metodi correntemente impiegati dalle forze armate statunitensi in Irak e in Afganistan. Questo contesto, in connubio con tecniche cinematografiche rivoluzionarie, scelta molto abile di attori e una eccezionale colonna sonora composta da Ennio Morricone e Pontecorvo, dà al film un’autenticità straordinaria e vasta intensità drammatica.

La Battaglia di Algeri è incentrato su due protagonisti principali: Ali La Pointe (Brahim Haggiag), un membro dell’FLN (Fronte Nazionale di Liberazione) e simbolo della resistenza algerina, e il comandante francese di paracadutisti Colonnello Mathieu (Jean Martin), il quale ha il compito di sopprimere la resistenza.

La Pointe viene dalla Casbah, una sezione di due chilometri quadrati di Algeri densamente popolata e estremamente povera; è una figura chiave nell’insurrezione armata. Mathieu, elaborato su modello di Jacques Massu, capo della famigerata decima divisione paracadutisti, è un rappresentante spietato dell’esercito francese, pronto ad utilizzare qualsiasi metodo per sopprimere il movimento nazionalista.

Il film inizia nel 1957. Mathieu e i suoi ufficiali hanno appena costretto con la forza un algerino mezzo nudo, afflitto, con barba lunga a confessare. L’uomo di mezza età ha appena rivelato l’identità e la locazione di La Pointe. Sui titoli di testa, dei paracadutisti localizzano La Pointe e altri tre partigiani, inclusa una giovane donna e un ragazzino di 13 anni, nascosti dentro un rifugio dietro una parete segreta nella Casbah. Gli viene dato un ultimatum—arrendersi o essere annientati.

Mentre La Pointe e i suoi compagni meditano sul loro destino, il film si sposta indietro nel tempo, precisamente nel 1954 quando l’FLN lanciò poderose operazioni militari ad Algeri. Adottando uno stile semi-documentaristico, il film ricrea gli stadi salienti dell’insurrezione e l’evoluzione politica di La Pointe.

La Pointe, ex pugile e ladruncolo, decide di unirsi all’FLN dopo aver assistito al ghigliottinamento di un partigiano algerino da parte del governo coloniale francese. Dopo aver verificato la sua fedeltà e coraggio politico, i dirigenti dell’FLN mobilitano La Pointe in una serie di attacchi terroristici audaci e sanguinosi. I residenti francesi rispondono con bombardamenti notturni e attacchi razziali.

Mentre la tensione aumenta, i paracadutisti vengono mobilitati per sopprimere la resistenza. Mathieu dichiara lo stato di legge marziale nella Casbah con posti di blocco, retate e arresti di massa. L’FLN reagisce con ulteriori attentati e Mathieu dà il via ad un programma di torture sistematiche e altre forme di punizione di massa. Mentre attacchi e contrattacchi aumentano progressivamente, donne della Casbah aderiscono all’FLN e detonano bombe in aree civili francesi. Ma il terrore militare sempre piú intenso e il fallimento di uno sciopero generale dell’FLN alla fine causano la soppressione della ribellione nel 1957.

Il film termina, tuttavia, non con una popolazione appacificata, bensí con lo scoppio, alcuni anni dopo, di manifestazioni di massa e una nuova insurrezione algerina che eventualmente forzò i francesi a firmare gli Accordi di Evian il 19 marzo 1962, e a cedere il potere all’FLN.

Ad agosto dell’anno scorso, il dipartimento di Operazioni Speciali e Conflitto a Bassa Intensità del Pentagono decise di mostrare La Battaglia di Algeri ai propri dipendenti. Ciò accadde simultaneamente all’intensificarsi di operazioni di resistenza irachena contro le forze armate statunitensi e alla richiesta del Segretario della Difesa americano Donald Rumsfeld di “migliorare l’intelligence” attraverso interrogatori in Irak e altrove. David Ignatius, scrivendo per il Washington Post, fece l’assurda dichiarazione che era un “segnale di speranza che le forze armate pensano creativamente e anticonvenzionalmente sull’Irak.” Il vero scopo della proiezione del film, tuttavia, era quello di incoraggiare attacchi militari ancora piú sadici e illegali sui prigionieri.

Un esame onesto

Mentre La Battaglia di Algeri ovviamente si schiera a favore della la resistenza, il film di Pontecorvo è il prodotto di un lavoro interamente obiettivo senza nessun tentativo di romanticizzare l’FLN o i suoi metodi terroristici. Infatti, il film tende ad evidenziare varie debolezze e contraddizioni politiche dell’organizzazione, inclusi i suoi tentativi di combinare una retorica secolare di sinistra con appelli a sentimenti islamici conservatori.

Una discussione fra La Pointe e un leader dell’FLN, Ben M’Hidi, merita particolare attenzione. M’Hidi avvisa la giovane recluta che il “terrorismo” non può assicurare la vittoria in guerre e rivoluzioni. Avverte che la lotta rivoluzionaria è ardua, ma vincere è “il piú difficile di tutti”. E, “solo dopo che abbiamo vinto iniziano le vere difficoltà.”

Pontecorvo è estremamente onesto nel suo ritratto degli attentati terroristici contro i civili francesi da parte dell’FLN, ma rifiuta tuttavia qualunque tentativo di stabilire un’equivalenza politica o morale fra il terrore sanguinario della resistenza e le forze armate francesi. Come disse ad un giornalista nel 1966, “Penso che sia irrilevante dire ‘ne hanno ammazzati dieci, ne hanno ammazzati due.’ Il problema è che loro [gli algerini] vivono in una situazione in cui l’unico fattore è l’oppressione... Bisogna giudicare chi è storicamente condannato e chi ha ragione. E bisogna dare la sensazione che ci si identifichi con coloro che hanno ragione.”

Questo approccio politico è ben dimostrato in una scena in cui alcuni giornalisti sfidano Ben M’Hidi a giustificare le tattiche dell’FLN. Non è “da codardi”, un giornalista chiede, usare cestini e borsette di donne per lanciare attacchi e bombe contro i civili francesi? M’Hidi risponde con molta calma riferendosi ai bombardamenti al Napalm ad opera dei francesi contro migliaia di villaggi rurali: “Naturalmente, se avessimo i vostri aeroplani sarebbe molto piú facile per noi. Dateci i cacciabombardieri, e noi vi daremo i cestini.”

Nella stessa maniera, il ritratto di Mathieu dipinto da Pontecorvo è intelligente e non pecca di esagerazioni. Infatti, il comandante dei paracadutisti è il personaggio del film piú pienamente sviluppato. Mathieu, estremamente colto e pacato, è però spietato nel difendere gli interessi francesi.

Usando frasi che oggi vengono echeggiate da Washington per giustificare la “guerra contro il terrorismo,” Mathieu dice ai suoi ufficiali che l’FLN è “un nemico anonimo e irriconoscibile che vive tra migliaia di altri a cui somiglia.” Questa situazione, dichiara, richiede perciò che qualsiasi “considerazione umanitaria” verso la resistenza venga sospesa.

Quando dei giornalisti gli chiedono conto dei suoi metodi brutali, Mathieu risponde: “I nostri ordini non fanno riferimento alla parola ‘tortura’ ... [ma] il problema è che l’FLN vuole farci uscire dall’Algeria, mentre noi vogliamo restare.

“Nonostante certe differenze d’opinione, voi siete tutti d’accordo che dobbiamo restare. Quando la ribellione cominciò, non c’erano nemmeno differenze d’opinione. Tutti i giornali, perfino quelli di sinistra, chiedevano che la ribellione fosse soppressa [ma] ora voglio farvi io una domanda: La Francia deve restare in Algeria? Se rispondete ‘si,’ allora dovete accettare tutte le necessarie conseguenze.”

La Battaglia di Algeri mostra in che cosa consistano queste “necessarie conseguenze”. Quando il film uscì per la prima volta in Inghilterra e negli Stati Uniti, le scene che mostrano la tortura con la fiamma ossidrica, l’elettroshock, e l’affogamento parziale dei prigionieri furono censurate. La nuova versione del film include però questi momenti agghiaccianti. Inoltre, della musica assordante viene usata per soffocare le grida delle vittime, una tecnica impiegata dalla polizia militare e dai servizi segreti statunitensi ad Abu Ghraib e Guantanamo.

Un cinema rivoluzionario

Nato nel 1919 a Pisa, Gillo Pontecorvo partecipò alla resistenza antifascista, si iscrisse al Partito Comunista Italiano, prendendo il comando della sua Terza Brigata di Milano durante gli ultimi due anni della guerra. Nel 1956 Pontecorvo lasciò il PCI a seguito della soppressione della rivolta ungherese da parte dell’Unione Sovietica.

Influenzato dal neo-realismo e dal regista russo Sergei Eisenstein, Pontecorvo decise di dedicarsi al cinema dopo aver visto il film Paisà, di Roberto Rossellini. Dal 1946 al 1956 girò una serie di documentari come Pane e Zolfo, sui minatori siciliani, e diresse il suo primo film nel 1957, il tuttora sottovalutato La Grande Strada Azzurra. Diresse poi Kapò (1960) che tratta di un campo di concentramento nazista, seguito da La Battaglia di Algeri nel 1964. Dopo sei mesi di intense ricerche ed interviste in Algeria e in Francia, cominciò a girare il film in Algeri.

Il film di Pontecorvo usa tecniche cinematografiche che per un film drammatico degli anni sessanta erano innovative. Inoltre, il film per la prima volta tratta i nordafricani seriamente, invece che, come era uso nei film europei e statunitensi, come figure ridicole o sospette. Il suo svolgersi in una forma simile al documentario, con narrativa e sottotitoli da cinegiornale, telecamere da sedici millimetri portate a mano in stile giornalistico, e l’uso di proclami ufficiali dell’FLN e delle forze armate francesi, rendono al film una carica straordinariamente dinamica.

Gli spettatori vengono portati dentro i vicoli stretti e nella miseria della Casbah, con una rappresentazione attenta della repressione di stato e dell’oppressione razzista che provocò la ribellione. Le dimostrazioni di massa con centinaia di persone verso la fine del film sono straordinarie e hanno un’intensità e urgenza che le immagini generate dai computer non potranno mai replicare. Infatti, il realismo drammatico del film è talmente convincente che la produzione si sentí obbligata a spiegare nei titoli d’apertura che il film non usa alcuna ripresa giornalistica.

Bisogna anche mettere in evidenza che La Battaglia di Algeri venne prodotto con solamente 800.000 dollari e nove professionisti qualificati a disposizione, tra cui il cameraman Marcello Gatti. Jean Martin (Colonnello Mathieu), bandito in Francia negli anni 50 per il suo sostegno alla resistenza algerina, era l’unico attore professionista. Tutti gli altri attori vennero reclutati ad Algeri.

Haggiag (La Pointe) era un analfabeta che non era mai stato al cinema prima di esser scelto per la sua parte nel film. L’uomo di mezz’età che tradisce La Pointe sotto tortura venne temporaneamente rilasciato da una prigione in Algeri per recitare la parte. Yacef Saadi, che recita la parte di Dhile Djafar, primo contatto di La Pointe con i capi dell’FLN, era uno dei membri più importanti della resistenza, e il copione del film si basa sulla sua storia.

Se da un lato La Battaglia di Algeri ebbe subito successo in Algeria, in Italia e negli Stati Uniti, dove fu nominato per tre premi Oscar, il film venne bandito in Francia e in Inghilterra fino al 1971. Gli ex coloni algerini e l’OAS (Organizzazione dell’Armata Segreta) si opposero violentemente al film. Alcuni elementi di estrema destra minacciarono di morte le famiglie di tre gestori di cinema in Francia, e delle bombe vennero piazzate in alcuni cinema che intendevano mostrare il film. Nel 1972, una banda di fascisti attaccò membri del pubblico durante una proiezione del film a Roma, ferendone uno gravemente.

Dopo La Battaglia di Algeri, Pontecorvo girò prima Queimada (1969), un film con Marlon Brando sul colonialismo inglese e portoghese nelle Antille del Settecento, poi nel 1979 Ogro, che tratta del movimento separatista Basco. Questi film, però non raggiunsero lo stesso livello d’intensità de La Battaglia di Algeri, che ispirò registi come Costa Gavras, Marcel Ophuls e tanti altri ancora.

Il film ha dei limiti politici evidenti. Non fa alcuna menzione delle fazioni avverse interne al movimento nazionalista algerino, e non mostra l’impatto che la resistenza delle masse algerine ebbe sulle classi lavoratrici francesi, le quali furono protagoniste di un’ondata di scioperi di protesta contro il governo di Charles De Gaulle. Inoltre, il film ignora l’opposizione crescente dei soldati di leva dell’esercito francese.

Nonostante questi problemi, che non vanno comunque minimizzati o ignorati, La Battaglia di Algeri è una rappresentazione intelligente e convincente della lotta al colonialismo che stabilisce in maniera poderosa il diritto legittimo delle masse di qualsiasi paese oppresso a resistere l’occupazione imperialista. Soprattutto, è impossibile vedere il film di Pontecorvo senza comprendere che l’occupazione dell’Irak da parte degli Stati Uniti, e tutti gli altri progetti neo-colonialisti sono utopie reazionarie destinate al fallimento. Indipendentemente dal suo livello di brutalità o di potenza militare, la repressione imperialista non potrà mai sopprimere o eliminare le aspirazioni democratiche delle masse oppresse dal colonialismo.

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